La storia del cavallo sardo custodita a Ozieri

Dalle origini del Regio Deposito Stalloni alle nuove politiche sportive, l’Agenzia regionale della Sardegna garantisce la testimonianza di 150 anni di allevamento. Con un progetto che guarda avanti

Francesco Sogos – la Repubblica – https://www.repubblica.it/dossier/cronaca/la-repubblica-dei-cavalli/2025/12/16/news/la_storia_del_cavallo_sardo_custodita_a_ozieri-425043926/


Ozieri, provincia di Sassari. Vicino alla Cattedrale, in una piazzetta di forma irregolare in cui confluiscono diverse viuzze del rione, si affaccia un Palazzo Baronale costruito intorno al 1600. In alcune sale di questo edificio è custodita la storia del cavallo allevato in Sardegna, l’Anglo Arabo (Sardo). Attualmente quartier generale dell’Asvi (l’Agenzia Regionale per lo Sviluppo e la Valorizzazione Ippica) in passato fu di proprietà dei feudatari Borgia che ne fecero il centro politico e amministrativo del territorio. Convertito in caserma, nel 1856 accolse i Dragoni Reali, i Bersaglieri e le Guardie Doganali.

Il 27 febbraio del 1874 Vittorio Emanuele II°, Re d’Italia, attraverso un decreto lo trasformò nella sede di un distaccamento del Regio Deposito Stalloni con lo scopo di favorire l’allevamento equino nell’Isola. Da quel momento, nonostante le successive trasformazioni organizzative, il Deposito divenne il principale punto di riferimento per l’allevamento in Sardegna, orientando, fino al termine del secondo conflitto mondiale, la produzione sarda verso cavalli distinti da sella per ufficiali e cavalleggeri, al fine di soddisfare la crescente domanda proveniente dall’esercito. Qualche anno più tardi, il 14 novembre 1956, con la legge regionale n. 30, la Regione Sardegna assunse la piena competenza sulla gestione del Deposito Stalloni, che da quel momento prese la denominazione di Istituto Incremento Ippico della Sardegna, con il compito di indirizzare la produzione verso il cavallo sportivo.

Oggi spetta all’Asvi raccoglierne l’eredità funzionale interpretandola in chiave moderna per affrontare le nuove sfide del comparto. Ma in questi 150 anni di storia, l’Ente ha raccolto e custodito un prezioso archivio: nella sede di Ozieri, tra documenti istituzionali, l’esposizione permanente “Uomini e Cavalli nella Memoria” e una biblioteca specialistica, si conserva quello che è uno dei più ampi patrimoni documentali sull’allevamento equino in Italia.

L’archivio storico, in oltre un secolo e mezzo di attività, ha permesso di raccogliere un’ingente quantità di documenti: dalle origini dei primi Depositi Stalloni fino alla nascita dell’Istituto Incremento Ippico passando per i più recenti programmi di valorizzazione promossi dall’attuale amministrazione. Tra questi materiali si trovano registri delle attività degli stalloni, bollettini di monta, schede segnaletiche dei soggetti, libri genealogici, verbali dei consigli di amministrazione, registri delle spese per l’approvvigionamento dei cavalli, testi originali relativi alle direttive sui programmi, referti medici, bollettini veterinari, nonché un’ampia corrispondenza tra l’Ente, gli allevatori del territorio e i diversi soggetti pubblici e privati coinvolti nello sviluppo del comparto.

Per ogni riproduttore riconosciuto sono riferite le origini, lo stato segnaletico, la provenienza, gli anni del servizio di monta, l’iscrizione allo stud book, ogni altra annotazione utile per una più completa classificazione. Spicca l’oculatezza con la quale ciascuno dei soggetti, sia riproduttore, fattrice o puledro, viene descritto: dalle peculiarità del mantello alla collocazione di segni particolari, dalle note caratteriali alle annotazioni sulle origini.

Uomini e cavalli nella memoria. Articolata in due percorsi, uno storico e uno artistico, l’esposizione è il risultato di una dettagliata ricerca portata avanti dallo stesso Ente, attraverso la consultazione dei propri archivi cartacei e fotografici, estesa poi a quelli statali, comunali e provinciali riconducibili alle sue attività succedutesi nel tempo.

La sezione storica è dedicata alla documentazione e agli oggetti che raccontano l’evoluzione dell’attività ippica e del ruolo del cavallo nel contesto sociale e culturale sardo. Di grande suggestione è la mostra dei dipinti originali che raffigurano gli stalloni capostipiti della razza anglo araba sarda, tra cui spiccano i nomi di Sabatasciar, Hamed-U-Arbain, Talata Escrin, che furono alcuni dei razziatori arabi importati durante le diverse missioni fra i beduini dei deserti della Siria e della Mesopotamia.

Molto ricca anche la documentazione fotografica di cui fa parte un’importante raccolta di 126 cliché fotografici restaurati grazie ad un intervento di recupero in collaborazione con l’Istituto Nazionale della Grafica. La sezione artistica propone opere e reperti che testimoniano il profondo legame che, nei secoli, ha unito il cavallo al popolo sardo. Tra i materiali esposti attira l’attenzione il manifesto, stampato in grandi dimensioni, dedicato all’Esposizione Ippica Sarda tenutasi a Macomer nel 1909, che vide la presentazione di oltre 600 cavalli, nati ed allevati in Sardegna, impegnati a contendersi l’ambitissima medaglia d’oro di Sua Maestà il Re. Di particolare interesse anche le onorificenze che il Ministero dell’Agricoltura concesse al Deposito per le numerose partecipazioni dei suoi soggetti a fiere, esibizioni e scuole di cavalleria tra cui la Decima Fiera Coloniale di Tripoli dell’inizio del secolo scorso.

La biblioteca specialistica. Intitolata a Lucio Gratani, ippologo di chiara fama e autore di numerosi testi sul cavallo, la biblioteca custodisce circa 1.200 volumi, in lingua italiana, inglese e francese, accompagnati da una ricca collezione di videocassette e altri supporti multimediali sui temi equestri. Sono presenti testi di veterinaria, mascalcia, arte equestre, manuali di equitazione, collane editoriali, volumi sulle corse e sugli sport equestri, sulla selleria e i finimenti, sul comportamento del cavallo, libri fotografici e molto altro.

Di particolare valore il fondo storico che conserva preziosi volumi dal 1500 al 1900 tra cui vale la pena ricordare il manoscritto di Giuseppe Lessona, veterinario in servizio presso la Tanca Regia di Paulilatino (OR), Moyens de propagation équestre dans l’île de Ichnusa, databile tra il 1850-1851 e La Mascalcia manoscritto dell’opera scritta in latino agli inizi del 1300 da Lorenzo Rusio. Oggi l’ASVI guarda al futuro e tra i suoi obiettivi, dichiarati in statuto, vi è anche l’impegno a sostenere la promozione del comparto attraverso la valorizzazione del proprio patrimonio storico.

Per questo insieme all’ANACAAD, l’Associazione Nazionale per l’Allevamento del Cavallo Anglo Arabo e Derivati, l’Agenzia sta facendo partire un progetto per digitalizzare la sua memoria storica. Ne è convinto Raffaele Cherchi, direttore generale dell’Agenzia: «Oggi la diffusione del sapere passa sempre più attraverso strumenti tecnologici e la digitalizzazione dell’archivio è un passaggio fondamentale per garantire la conservazione e migliorare l’accessibilità a studiosi e appassionati. Questo progetto non è solo una trasposizione digitale, ma un “atto di responsabilità verso la memoria collettiva” che funge da ponte tra passato e futuro, rendendo la storia dell’allevamento del cavallo in Sardegna un patrimonio culturale accessibile a tutti».

L’evoluzione della razza. Un acceso dibattito tra i sostenitori della razza araba e quelli della razza inglese animò la storia dell’allevamento del cavallo sardo tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Il Regio Deposito di Ozieri, in quanto emanazione del Ministero della Guerra, favorì inizialmente l’impiego di stalloni arabi, ritenuti più adatti a trasmettere rusticità e resistenza, qualità fondamentali per soggetti destinati alle missioni militari. Dall’altra parte, i “purosanguisti” sostenevano l’uso del purosangue inglese, considerato capace di migliorare le qualità atletiche richieste nelle corse e negli sport equestri. Nel 1926 un referendum stabilì di mantenere l’indirizzo orientale; l’anno successivo, una vivace polemica seguita alle vittorie in corsa di due puledre accusate di essere troppo marcatamente “inglesi” portò all’esclusione dalle corse dei prodotti di fattrici purosangue e, successivamente, di tutti i soggetti con una percentuale di sangue inglese superiore al 25%.

La controversia si protrasse a lungo e solo dopo un’estenuante battaglia tra le due fazioni si giunse alla reintroduzione del purosangue inglese. Questa svolta segnò l’inizio ufficioso della produzione dell’Anglo-Arabo Sardo, razza istituita nel 1967 dall’Istituto Incremento Ippico della Sardegna, stabilendo che un soggetto dovesse possedere almeno il 25% di sangue arabo per essere considerato tale. Questa decisione riconobbe il valore di entrambi gli apporti genetici, definendo l’identità di una razza che incarnava le caratteristiche dell’anglo-arabo europeo con una propria tipicità regionale.